E' un punto di incontro per tutti quanti vogliano continuare la discussione iniziata durante gli incontri organizzati da CRT Teatro Educazione
Il tema di questa serata è il potere. Il potere è una realtà misteriosa, ma comunque essenziale nella vita degli uomini.
Appartiene a quella limitata schiera di esperienze e di parole per le quali si potrebbe sempre applicare la famosa frase di agostino sul tempo: se nessuno me lo chiede, so cos’è, se qualcuno me lo chiede non lo so più-
Per adesso mi limito a circoscriverlo come la «capacità concreta di imporsi», e cioè di plasmare la volontà degli altri.
Come si vede, un significato molto ampio, molto più ampio di quello politico.
Il coro iniziale lo ha definito «il castigo dell’uomo sull’uomo», fornendo quindi già un giudizio pesantemente negativo. Perché il castigo? Ecco già qualcosa su cui occorre riflettere: il potere come dominio e quindi come maledizione e non come aiuto per l’uomo
Comunque, andiamo con ordine.
La primissima considerazione è questa:
il potere è qualcosa che riguarda tutti.
Qualcosa cosa essa sia, non è qualcosa che riguardi solo i politici o i cosiddetti potenti, e quindi non è qualcosa nei confronti della quale noi possiamo assumere un atteggiamento moralistico e manicheo: lui si ha potere, e io no. E quindi, qualunque cosa si voglia e si possa dire sul potere, non è qualcosa che possa essere predicata solo degli altri e non di me.
Olga, ho detto un attimo fa, è una persona normale. Il potere che ha sui suoi studenti è piccolo, ma reale. Chi fa l’insegnante, come me, sa che quello che viene chiesto è il rispetto di una serie di atti formali, fatti i quali, l’insegnante diventa praticamente intoccabile. Non è una battuta dire che in certe situazioni l’insegnante è appena un gradino sotto Dio. I ricorsi si fanno solo su vizi di forma, non sulla sostanza di un giudizio: il che significa che una volta formulati nella debita forma sono intoccabili.
Per questo è senz’altro corretto che gli autori abbiano scelto l’insegnante come figura di snodo; ma in realtà esistono molte altre figure che hanno un potere circoscritto ma reale: il marito sulla moglie, la madre sul figlio, il capoufficio sull’impiegato/impiegata. Il testo della piece non affronta questi casi, e io perciò li lascio andare, e tuttavia penso che si possa applicare anche ad essi quello che stiamo dicendo di Olga
Qual è la caratteristica del potere di questo insegnante? Di porsi come ASSOLUTO, come si vede bene quando afferma:
Frase terribile. Significa che il mio io e quello dell’altro c’è un divario senza possibilità di incontro; significa che non c’è un punto di riferimento comune; signficia che tra me e l’altro si instaura un dualismo bloccato, come una altalena che non possa mai trovare il suo punto di equilibrio ma debba per forza stare sempre con una persona giù e una su.
Il potere implica la sua assolutezza, ovvero: il potere, per essere davvero tale, deve essere assoluto. Non tollera e non può tollerare contestazioni, come dice la stessa Olga.Il dualismo assoluto che deve stare alla base del potere si riflette e si rifrange in altre forme di dualismo:
perciò Olga deve assumere un’aspetto duplice nei confronti del suo studente: da un lato ammalia e seduce, tranquillizza e pacifica,
Cosa? Cos’è quella faccia?
Hai paura? Di me?
Ma io sono qui per capirti, per aiutarti.
Non temermi
e dall’altro schiaccia senza pietà
Un vero capo non dialoga, abbatte.
La scissione dell’anima è quella tra un interno e un esterno, è la sua malattia mortale. Quando si accetta il potere, la possibilità di ricucire questa scissione diventano sempre più evanescenti, e il comportamento è quello che viene descritto nel testo:
Non temere se non hai studiato, sarò comprensiva con te.
Dimmelo!
La sincerità è sempre premiata.
Cosa? Non hai studiato?
Quattro e quando metto quattro è quattro e non si discute.
Quattro equivale al tuo fallimento, ma non al mio.
Ovviamente qui si dovrebbe discutere su che cosa vuol dire il fallimento di un insegnante, ma non è l’occasione.
Vorrei richiamare invece l’attenzione su un altro passaggio del discorso di Olga:
Un vero capo non teme il potere, lo agogna e quando lo ha raggiunto ne vuole dell’altro
E poi
Vero capo non guardo in faccia nessuno. Rispetto solo il potere.
Detto in altro modo: IL POTERE LASCIATO A SE STESSO NON CONOSCE LIMITI: E’ ASSOLUTO
Questo è il secondo punto chiave sul quale occorre riflettere: è davvero assoluto? Ossia, il potere ha o non ha un limite? E il limite al potere può essere solo un altro potere, oppure il limite al potere è rappresentato dalla verità, comunque poi si voglia descrivere quest’ultima?
La sentenza deve rispecchiare la verità, ma cos’è la verità? I “fatti”, la “realtà nuda cruda”, positivistica, in realtà allontana dalla verità, come lascia intuire il testo.
Eppure il meccanismo processuale è tale per cui i dubbi, che pure Alice ha, devono essere superati. Si deve arrivare a una decisione, che può essere solo si o no, bianco o nero
Un vero capo non può mostrarsi debole….
Aveva detto Olga, e Alice deve far proprio questo motto, nonostante i suoi dubbi: il coro che introduce il monologo di Alice si chiama “del pendolo”, e immagino che alluda proprio a questo oscillare della coscienza che deve decidere.
Ma alla fine la decisione deve arrivare, e consiste in un portare alla luce, in un portare nella dimensione pubblica ciò che pirma era ancora indeterminato e privato:
Il dito più lungo della mia mano non è il medio, ma l’indice.
dice Alice, ossia: il potere supremo consiste nel gettare qualcuno nella dimensione pubblica, nel dire a tutti: tu sei SOLO questo!
C’erano delle attenuanti, c’erano delle sfumature, c’erano dei punti di vista, c’erano delle prospettive ma il momento del giudizio fa collassate questi punti di vista in uno solo, che inevitabilmente non può rispecchiare la complessa realtà di una persona.
La dimensione pubblica appiattisce, e QUINDI spersonalizza:
«Non giudicate, per non essere giudicati»
D’altra parte, la dimensione pubblica è ineliminabile, e per un certo verso decisiva perché si possa parlare di moralità.
Buio e luce sono solo metafore per indicare appunto la dimensione privata e quella pubblica: ciò che sento di poter fare solo “al buio” quindi in una dimensione privata è fuori dal riconoscimento degli altri, ossia non è presentabile alla dimensione pubblica.
Verità e giustizia, in questo senso, sono due lati della stessa medaglia.
È per questo, io credo, che a questo punto il discorso si sposta su Lucy, la giornalista, per certi versi la più ambigua delle tre.
Il suo compito infatti è o sarebbe dire la verità: e tuttavia anche la descrizione dei fatti, dei semplici fatti
( « Fatti, solo fatti. Non si possono negare…»)
diventa problematica: il punto è, naturalmente, che non esistono i «puri fatti» di cui parlava Dickens in Coke Town. I fatti sono impastati con la loro interpretazione.
Il giornalista ha un grande potere
La mia voce vale mille voci.
In fondo è lo stesso potere del giudice, quello di indicare, ossia portare alla luce, nella dimensione pubblica, i fatti
Nota: noi siamo abituati a parlare male del giornalismo, ma la dimensione pubblica è la dimensione della intersoggettività, e questa è anche la dimensione di ciò che diciamo “scientifico”.
E tuttavia il potere della giornalista è fragile perché anche lei è ricattabile, anche lei può modificare la sua interpretazione, anzi può essere costretta a modificare la sua interpretazione.
Ma… se perdo il lavoro..
Se perdo la vita… Io, dove vado?
Al mondo importa del tuo coraggio?
Personaggi e interpreti
Lucy, la giornalista è Francesca Russotto
Alice, il giudice è Erica Sordelli
Olga, l’insegnante è Silvia Cocuzza
Drammaturgia di Caterina Maestro Cottini
Solo Silvia in scena, chiama a gran voce i suoi compagni attori. Gli altri attori entrano in scena da portando un oggetto o un elemento della scenografia. Il sipario si apre lentamente intanto che il coro raggiunge lo spazio scenico. A soggetto gli attori si rivolgono direttamente al pubblico (per es. “buonasera!”, “scusate per il ritardo!”, “eccoci, eccoci!) oppure fra di loro (per es. “ti muovi?!”, “su, su!” ecc).
Salgono sul palco, il sipario è aperto, ma non c’è luce in scena. Il coro chiede la luce (per es. “luce, per gentilezza!”, “non si vede nulla!” ecc).
Compare la luce.
Gli attori cominciano a posizionare la scena facendo un gran baccano (per es. “quello va qua!”, “no, a tre quarti non vedi?!” ecc), intanto si stacca la figura del Cantore del coro che presenta lo spettacolo.
Il Cantore
Oggi, spettabile pubblico, presentiamo –
Ehi voi, fate silenzio, lì dietro!
La cavalcata storica del Potere.
Contenente, in prima assoluta,
la verità sul suo aspetto necessariamente umano
e insieme pericolosamente divino.
Vi sveleremo inoltre ciò che sottostà al mercato del potere,
In tutti i suoi insidiosi meccanismi. (Interruzione di Silvia)
Vedrete qui, artisticamente interpretati,
i Personaggi del calibro di…
un giudice!
Giusto o sbagliato?! Che dilemma!
Un’insegnante!
Funziona di più il bastone o la carota?
Una giornalista!
Verità, menzogna e perché no?! Un po’ di spettacolo!
E infine niente popò di meno che
Lui in persona! La nostra attrazione più grande!
Il castigo dell’uomo sull’uomo. (Interruzione di Silvia)
Così stando le cose, spettabile pubblico,
la direzione si è proposta
di non badare a spese straordinarie
per inscenare tutto in grande stile.
Eppure, qui è realistica ogni cosa:
ciò che vedrete stasera non è nuovo,
non è stato escogitato o manipolato per voi.
Il Potere è quanto mostriamo fedelmente,
e, si sa, è noto a tutta la gente!
Ma bando alle ciance si va ad incominciare!
Gli attori si sistemano, ognuno ha la sua posizione nello spazio e sono intenti a entrare nella propria parte. Si susseguono al centro della scena come a lanciare un indizio sul proprio personaggio, raccontandolo in terza persona.
Olga: Quando esco dall’aula professori per andare in classe, o dalla classe per andare in aula professori, ho sempre la giacca tutta storta. Si, perché devo portare i libri, le verifiche, le fotocopie, gli appunti per la lezione del giorno…e qualcosa finisce sempre per scivolarmi di mano. È difficile per me fare la professoressa. Olga invece, lei si, ha sempre la situazione sotto controllo. Olga sa sempre quello che deve fare. E Olga tiene sempre la giacca bella dritta. Tutta allacciata, fino in fondo.
Alice: mi serve una giacca un po’ sostenuta, con delle spalline. Si, perché io sono solita camminare con lo sguardo piuttosto basso e le spalle chine. Invece Alice no, non può, lei è un giudice, deve essere sicura di sé, tutta d’un pezzo, non può chiudersi tra le proprie spalle per proteggersi. Spalle dritte, mento sollevato, sguardo davanti a sé.
Lui: non capisco perché questo specchio non me lo fanno più grande in modo che possa specchiarmi nella mia interezza. Lui è lì, dietro le quinte, aspetta. Lui è lì, burattinaio intento a manovrare non visto il proprio il gioco. Ha il potere. È il potere. Lo attendono nonostante abbia promesso e poi corrotto, nonostante i ricatti e le minacce, Loro hanno bisogno di Lui. Lui è lì dietro le quinte, aspetta.
Lucy: Lucy…Lucy ha scoperto l’inchiostro quando era bambina. E ha scoperto anche la carta. E le penne. E tutto un mondo fatto di segni. E ha cominciato a scrivere nero su bianco…Lucy, Lucy è nata giornalista!
Ecco. Questa. Questa è la giacchetta di Lucy. Sporca d’inchiostro. L’inchiostro delle parole che avrebbe voluto scrivere e di quelle che non ha scritto…
Il coro si posiziona sulle sedie lanciando il coro introduttivo di Olga, il coro “delle sedie”:
CORO PER OLGA
Lei è Olga, lavora qui
in questa piccola città.
Fa l’insegnante.
Non è un mestiere facile,
presa com’è fra un’incudine personale
e il martello degli altri.
Olga non sa se è più difficile
Incoraggiare gli altri o
Difendere se stessa.
Cosa sceglierà,
bastone o carota?
Solo il tempo lo dirà.
Olga entra in scena e dopo la prima frase il coro esce.
MONOLOGO DI OLGA
(tra sé e sé)
Un vero capo non può mostrarsi debole.
Un vero capo deve essere determinato, pronto all’azione, insensibile.
(al pubblico)
Alzati in piedi!
Ti interrogo!
Cosa? Cos’è quella faccia?
Hai paura? Di me?
Ma io sono qui per capirti, per aiutarti.
Non temermi.
(Tra sé e sé)
Quello che decide un vero capo deve essere incontestabile.
Quello che persegue, sacro.
Un vero capo non vede il gruppo. Non lo considera. Lo schiaccia.
(al pubblico)
Ti interrogo lo stesso anche se hai paura, perché qui il capo sono io.
Quello che decido io vale, quello che pensi tu è niente.
Sai, ti do un consiglio, non dovresti mostrare paura del capo, dovresti invece come me essere sempre sicuro e determinato.
Non vorrai diventare una nullità, come lo diverranno la maggior parte dei tuoi compagni?
Di quello che pensi…
Zitto!
(Tra sé e sé)
Un vero capo non dialoga, abbatte.
Un vero capo non teme il potere, lo agogna e quando lo ha raggiunto ne vuole dell’altro
e lo ottiene con minacce e preghiere, con ingiurie e brighe.
Con la dolce violenza e con l’abbraccio d’acciaio.
(al pubblico)
Non temere se non hai studiato, sarò comprensiva con te.
Dimmelo!
La sincerità è sempre premiata.
Cosa? Non hai studiato?
Quattro e quando metto quattro è quattro e non si discute.
Quattro equivale al tuo fallimento, ma non al mio.
Io terrò ben stretta questa sedia, la mia poltrona di capo, dalla quale prometto di schiacciarvi e umiliarvi tutti.
Vero capo non guardo in faccia nessuno. Rispetto solo il potere.
E ora tutti insieme…cantiamo!
Un vero capo non può mostrarsi debole….
Olga finisce cantando in piedi sulla sedia. Entrano Fra e Fabri cantando (per due volte) il ritornello insieme a Olga. Parte il coro “del pendolo”.
CORO PER ALICE
Oh, eccone un’altra che non scherza affatto!
Alice è il suo nome e
Un colpo del suo martello
Può decidere fra la vita e la morte,
o fra prigionia e libertà.
Ma lei è sempre giusta,
anche con se stessa?
Bam bam bam! E il mondo si piega!
Così noi, impotenti, stiamo ad ascoltare
Ciò che Alice il giudice ha da giudicare.
Erica entra e porta il mobile del martello, poi prende la toga e va allo specchio. Inizia a parlare e il coro esce. Fabri e Fra portano via le rispettive sedie.
MONOLOGO DI ALICE
(davanti allo specchio, quasi parlando tra sé)
Io sono un alto funzionario dello stato. L’uomo che dona il proprio onore all’onore di tutti affinché tutti siano onorati. Io ho offerto il mio onore per l’onore dello stato. Lo stato mi ha onorato come io ho onorato lo stato.
(si mette la toga)
Ci siamo. Tra poco oltrepasserò la porta dell’aula e sarò io la legge.
Avrò di fronte a me il bianco e il nero.
Dall’alto della mia cattedra…
Un criminale, un delinquente, un padre…un uomo.
(fra sé)
Io sono un alto funzionario dello stato, io sono un alto funzionario dello stato…
Io sono un alto funzionario dello stato. È mia l’ultima parola, in nome della legge.
(entra in aula)
La seduta è aperta.
Prego silenzio. Imputato concentratevi. Siete sotto giudizio. Siete accusato di aver manomesso i macchinari della Tylat, la fabbrica dove lavorate. Sei persone possono testimoniare di avervi visto, il 17 giugno scorso, intorno alle 23.30, compiere il reato nello stabilimento in via Nizza 2, al reparto H. Quattro dei testimoni sono qui, in questa stanza, pronti a testimoniare.
Quest’ uomo…due occhi grossi, scuri, trema sulla sedia e si stringe le ginocchia, inconscio tentativo di proteggersi dallo sguardo di volti sconosciuti che decideranno su di lui e su suo figlio.
Tommaso. Tommaso, suo figlio, fuori dall’aula, lo sguardo fisso a terra, le gambe a penzoloni. Non gli darà la soddisfazione di sapere cosa sente dentro. Non gli farà vedere la propria paura. Di fianco a lui la donna dei servizi sociali. Parla, parla, parla…crede di poterlo capire. Parla, parla, parla…crede di poterlo aiutare. Tommaso alza lo sguardo, arrogante, strafottente. Sbruffonaggine come unico strumento di sopravvivenza. Che ne sanno loro…che quella strega continui pure a parlare.
La seduta è aggiornata.
L’imputato viene accompagnato fuori dall’aula. Tommaso appoggia i piedi a terra e si avvicina lentamente al padre. Lo abbraccia e gli sussurra stentate parole.
(sola nell’aula)
L’aula è vuota. Devo stare tranquilla. Non corro rischi. Sto giudicando l’operaio di una grossa fabbrica. Un numero come tanti…
Devo attenermi alla realtà, così come mi viene presentata, niente attenuanti personali, niente ideologie.
Ma aveva delle ragioni.
Niente attenuanti personali, niente ideologie.
Le voci di corruzione, non adeguamento degli impianti di sicurezza che aleggiano intorno alla Tylat non mi riguardano, sono un’altra storia, un altro processo. Devo attenermi alla realtà, nuda e cruda, che mi viene presentata.
Quest’uomo, durante il turno serale, si trova nel reparto H e manomette macchinari. Anche la ripresa di una telecamera a circuito chiuso lo può testimoniare.
Non sto giudicando un grosso imprenditore, un politico o un cavaliere, ma semplicemente un operaio, un uomo…
Un uomo decide su un altro uomo.
Il dito più lungo della mia mano non è il medio, ma l’indice.
Rientra il coro. Con suoni tipo “fabbrica” portano via la scenografia. Si posizionano con movimenti meccanici. Parte il coro del “televisore”.
CORO PER LUCY
Lucy, che nome pericoloso!
Quando apre bocca dalle
Sue labbra noi pendiamo
Lei dice, noi crediamo.
Ma nel Grande Show
Tutto è sempre vero?
Al termine del coro il televisore è già completato. Fabri lo porta fuori scena, uscendo con gli altri del coro quando Fra dice la prima battuta.
MONOLOGO DI LUCY
Ogni uomo ha una scatola grigia nella sua casa, con dentro… un mondo di vetro.
Occhio sul mondo,
Amico o nemico?
Le parole si confondono nella mia mente,
parole che riportano ciò che accade… realmente?
Sparano. Sparano la televisione, il giornale …
Informazioni! bombe a mano sganciate nelle case della gente…
Potere… grande potere il loro potere,
ma la verità … la verità va urlata!
Io, giornalista…
Ciò che accade nel mondo il mio campo d’interesse.
Ciò che la mia testata decide di pubblicare il mio campo d’azione.
Sapere ed essere zittiti, conoscere e imparare a tacere.
e se io volessi parlare?! Se io volessi urlare?!
La mia voce vale mille voci.
Io parlo, scrivo, ricerco… dov’è il mio sostegno?
Del mio sguardo… nessuno vuol farsi carico.
Ignorami questo vorreste fare. Zittirmi, domarmi, allinearmi… fingere io neppure più esista.
Ma questa è cronaca. È solo cronaca.
Non mi potete condannare!
Cronaca. È solo cronaca.
Fatti, solo fatti. Non si possono negare…
Cosa? Io? una bomba inesplosa?
Io giornalista, precaria, sotto lo schiaffo continuo di un minaccioso licenziamento.
Giornalista: il mio compito dar voce ai fatti, raccontarli. Denunciare, e con la schiena dritta…
Ma… se perdo il lavoro..
Se perdo la vita… Io, dove vado?
Al mondo importa del tuo coraggio?
L’inferno. Evitare l’inferno.
Uscirne, uscirne. In qualsiasi modo. Qualsiasi compromesso.
Tregua! Uno spiraglio…
Manipolare gentilmente, piccolo compromesso per la mia carriera.
Manipolare, gentilmente, i fatti del mondo: farvi credere di sapere cosa vi accade intorno.
La mia replicante parla, sorride… Parole, solo parole
Bugie, sono solo bugie
Alleati anche tu!
Fallo! Fallo in fretta!
Fatelo tutti senza pensarci, perché comunque lo state facendo…
Ogni uomo ha una scatola grigia nella sua casa.
Rientra il coro. Con la Fra ancora in scena rientra Silvia dicendo “essere o non essere”.
CORO PER LUI
Ecco chi attendevamo da tempo.
La guest star di questa nostra rappresentazione!
Poi entra Erica dicendo “questa è la questione, questo è il problema”.
Morbidamente dispotico,
subdolamente divino,
ve lo mostriamo finalmente!
Perché gentilissimo pubblico,
ineditamente ed eccezionalmente per voi
siamo lieti di poter affermare
che il potere ha finalmente un volto,
che il potere ha finalmente un corpo,
che il potere è insomma pronto ad essere rappresentato,
ed ora, al suo esordio, vi verrà dedicato!
Tutti rimangono poi fermi in una posizione mentre entra Fabri dicendo “amici, romani, concittadini, a seppellire Cesare vengo, non a lodarlo…”. Fabri sposta una sedia al centro, si veste, va verso lo specchio. Dopo la prima battuta il coro esce.
MONOLOGO DI LUI
Le luci sono forti, mi sparano negli occhi. Siete tanti, ed è un segno positivo. La politica significa ancora qualcosa. Anche se protestate.
(Tira fuori dei fogli) I ben pensanti mi chiamano potente fanatico, macchietta rigida, invasata, comica…addirittura terrificante e grottesca. In un blog mi si definisce: un subdolo, che aspetta il momento giusto per manifestarsi in tutta la sua grandezza.
Ci sono le tasse più alte d’Europa e si fa fatica ad arrivare a fine mese, il prezzo del petrolio sfiora i cento dollari a barile. Crisi indotta in ogni settore. Oggi, si fa fatica a acquistare un chilo di pane!!
E cosa fanno i ben pensati? Denigrano la gente onorata, invece di rimboccarsi le maniche. In breve regna il caos. Perché quando ciascuno può fare ciò che vuole e che gli suggerisce l’egoismo, significa che tutti sono contro tutti e perciò regna il caos.
(Comincia ad arrotolarsi una sigaretta) io ho sempre affermato che pensare non fa vergogna, anzi edifica. Il singolo pensatore ha tutta la mia simpatia. Soltanto quando si riunisce in massa e poi pretende d’intervenire dove non capisce, ossia sui meccanismi…io allora dico: fermo, in questo modo non va bene. Tu sei pensatore, ma quando scioperi o protesti allora non sei più un ben pensante, ma un soggetto pericoloso, ed io intervengo.
Volete fare come quei monaci che sfilano avvolti nei loro abiti strambi e silenziosamente chiedono pace, amore e fratellanza? (Getta a terra la sigaretta e la schiaccia).
Avvicinatevi. Avvicinatevi. Non importa. La legge è fatta dai miei amici. L’istruzione, la tengo qui. L’informazione, dai, la decido io. Non dovete pensare a nulla, faremo tutto noi. Pensate solo a casa, famiglia e lavoro, faremo tutto noi. Niente grilli per la testa! In cambio chiediamo collaborazione.
Qualche domanda? (Pausa)
Bene! Per suggellare questa serata propongo di cantare tutti insieme una bella canzone.
Rientra il coro che gira intorno a Lui cantando il ritornello. Dopo tre volte abbassano il volume, Lui parte cantando la strofa e poi il coro si aggrega. Mentre il coro continua a cantare la strofa Lui si stacca e fa un recitativo.
Quanti denti ha il pescecane
E a ciascun li fa veder
E Lui pure, Lui c’ha il coltello
Ma chi mai lo può saper?
Rit. (x due volte)
Sono furbo, forte, immenso ah ah
Invincibile, cieco, euforico oh
Esce il coro. Rimane solo Lui che va avanti.
Sbrana un uomo il pescecane
Ed il sangue si vedrà
Ma Lui ha un guanto sulla mano
Nessun segno resterà
Rit. (x due volte)
Sono furbo, forte, immenso ah ah
Invincibile, cieco, euforico oh
Esce.
Rientra il coro, posizionandosi a scacchiera.
CORO FINALE
Gentilissimo pubblico,
dopo tanto ciarlare
è arrivato il momento di andare.
E se annoiato vi abbiamo
Non vi passi per il capo
Che sia nostra la colpa del
Vostro male.